Come uscire dalla solitudine? Non aspettando che qualcuno arrivi, ma cominciando a fare qualcosa insieme ad altri. Ecco cos’è davvero la solitudine, perché arriva nei passaggi di vita e i passi concreti per uscirne, anche a 50 e 60 anni.
Si comincia da un’attività condivisa e ripetuta, non dall’attesa che qualcuno arrivi. Un gruppo che si ritrova ogni settimana, un corso, il volontariato, un’esperienza da vivere insieme ad altri: sono contesti in cui le relazioni nascono da sole, facendo qualcosa insieme. La prima mossa è sceglierne uno e tornarci.
Chi si sente sola tende ad aspettare: che chiami un’amica, che arrivi l’occasione giusta, che passi la stanchezza. Le relazioni nuove, però, raramente bussano alla porta di casa: nascono fuori, intorno a qualcosa da fare.
È la stessa indicazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Fra i passi quotidiani che ognuno può fare, la Commissione OMS sulla connessione sociale indica unirsi a un gruppo locale e fare volontariato, insieme a gesti piccoli come contattare un amico, salutare un vicino, mettere via il telefono quando si è con qualcuno.
Se il punto è proprio conoscere persone nuove da adulta, la guida su come fare nuove amicizie dopo i 50 anni entra nei passi concreti.
Stare soli è una condizione, la solitudine è una sensazione. L’OMS la definisce come la sensazione dolorosa che nasce dal divario fra le relazioni che si desiderano e quelle che si hanno davvero. Si può vivere da sola e sentirsi piena di legami, oppure essere circondata di persone e sentirsi sola.
La definizione viene dal rapporto globale della Commissione OMS sulla connessione sociale, presentato il 30 giugno 2025: 1 persona su 6 nel mondo è colpita dalla solitudine, e nei Paesi ad alto reddito circa l’11% delle persone riferisce di sentirsi sola. Se ti senti così, non sei un caso raro.
Anche vivere da sola è una condizione comune. Secondo l’Annuario statistico italiano 2025 dell’ISTAT, nel biennio 2023-2024 le persone sole sono il 36,2% delle famiglie italiane. Vivere da sola non vuol dire essere sola.
Distinguere le due cose aiuta: la solitudine è un segnale, non un giudizio su di te. Dice che c’è un bisogno di relazioni che oggi non trova risposta, e i bisogni si possono ascoltare. Se la solitudine pesa da molto tempo o si accompagna a una tristezza costante, parlarne con il medico o con uno psicologo è un passo importante.
Sì, quando diventa solitudine scelta: un tempo per sé, per ascoltarsi e capire quali relazioni si desiderano davvero. Stare bene da sola è la base da cui nascono legami più liberi, perché non partono dal bisogno di riempire un vuoto. La solitudine pesa quando è subita; quando è scelta, può essere una pausa feconda.
Chi cerca «solitudine per scelta» o «solitudine bella» lo sa: ci sono momenti da soli che rigenerano, una camminata, un viaggio, una mattina senza impegni. La differenza la fa la scelta.
Imparare a stare bene con sé è anche il modo migliore per uscire dalla solitudine subita, perché chi sta bene da sola sceglie le relazioni, non le insegue. La guida su come stare bene con se stessi parte proprio da qui.
A 50 e 60 anni la solitudine arriva spesso con un passaggio di vita: i figli che escono di casa, una separazione, la pensione, una perdita. Si vince ricostruendo una rete attorno a qualcosa da fare: un gruppo, un’attività fisica condivisa, il volontariato. Tra i 40 e i 64 anni, il volontariato si accompagna a meno solitudine.
Il dato viene da Richardson, Koenig e Hajek (2023), che hanno analizzato 7.164 adulti tedeschi di mezza età e anziani (German Ageing Survey, 2014): fra i 40 e i 64 anni chi fa volontariato riporta meno solitudine e si sente meno isolato.
Dopo una perdita conta anche quanto tempo si dedica agli altri. In uno studio su 5.882 adulti dai 51 anni in su (Carr e colleghi, 2018), chi era rimasto vedovo e aveva iniziato a fare volontariato per 2 ore o più a settimana aveva livelli di solitudine simili a quelli delle persone sposate che facevano lo stesso volontariato.
| Tema | Cosa emerge | Fonte |
|---|---|---|
| Solitudine nel mondo | 1 persona su 6 è colpita dalla solitudine | OMS, Commissione sulla connessione sociale, 2025 |
| Paesi ad alto reddito | Circa l’11% delle persone riferisce di sentirsi sola | OMS, Commissione sulla connessione sociale, 2025 |
| Vivere da soli in Italia | Nel biennio 2023-2024 le persone sole sono il 36,2% delle famiglie | ISTAT, Annuario statistico italiano 2025 |
| Volontariato dopo una perdita | Su 5.882 adulti dai 51 anni in su, con 2 ore o più a settimana la solitudine di chi è rimasto vedovo è simile a quella di chi è sposato e fa lo stesso volontariato | Carr et al., 2018, Journals of Gerontology |
Dati verificati a ottobre 2026. Fonti: comunicato OMS del 30 giugno 2025 sul rapporto della Commissione sulla connessione sociale; ISTAT, Annuario statistico italiano 2025, capitolo «Popolazione e famiglie»; Carr e colleghi (2018) su PubMed.
I passaggi di vita svuotano le giornate e cambiano i ruoli, ed è per questo che sono anche il momento migliore per scegliere dove mettere il tempo che si libera. Quando la casa si fa silenziosa, il primo passo è un appuntamento fisso fuori casa, ogni settimana.
La solitudine affettiva è la mancanza di un legame intimo, di qualcuno con cui condividere la vita da vicino, e si sente anche quando gli amici non mancano. Si affronta prendendosi cura di sé, coltivando legami di qualità e restando aperte a incontri nuovi, senza cercare in fretta qualcuno che riempia il vuoto.
Capita spesso dopo la fine di una storia o quando si è single da tempo. Il primo legame da ricostruire è quello con il proprio corpo e con il proprio tempo: da lì le relazioni nuove nascono più leggere. Se la solitudine è arrivata dopo una rottura, la guida su come superare una separazione accompagna passo per passo.
Perché un’attività condivisa fa da ponte fra sconosciuti: non serve conoscersi a fondo, basta fare la stessa cosa nello stesso momento. In corsi per adulti seguiti per sette mesi la vicinanza fra i partecipanti cresceva in tutti i gruppi, e nei gruppi di canto il legame nasceva già dal primo mese.
Lo studio è di Pearce, Launay e Dunbar (2015), su corsi appena formati di canto, artigianato e scrittura creativa. Al terzo mese tutti i gruppi si sentivano legati allo stesso modo: il canto aveva solo accorciato i tempi, con quello che gli autori chiamano un effetto rompighiaccio.
Il movimento fa qualcosa di simile. In un esperimento di Tarr e colleghi (2015), sia muoversi in sincronia sia l’impegno fisico, ciascuno per conto suo, hanno aumentato il legame con il gruppo: per gli autori una danza che unisce le due cose può essere un modo efficace per creare legame.
Da qui i passi concreti per uscire dalla solitudine:
Un corso, un gruppo di cammino, un coro, una classe di movimento. Conta la regolarità: la vicinanza cresce incontro dopo incontro.
È uno dei passi indicati dall’OMS. Dopo una perdita, nello studio di Carr la soglia che ha fatto la differenza è stata di 2 ore o più a settimana.
Danza, cammino in gruppo, pratiche a coppie: sincronia e impegno fisico rafforzano il legame con chi hai accanto.
Anche questo è un consiglio dell’OMS: esserci del tutto in una conversazione la rende più vera.
Un messaggio a un’amica, un saluto al vicino. I gesti piccoli tengono aperte le porte che la solitudine tende a chiudere.
Le persone conosciute fuori dalla routine ti vedono per come sei adesso, non per il ruolo che hai sempre avuto.
In un retreat di movimento si arriva spesso da soli e si vive una settimana intera con lo stesso gruppo: si pratica insieme e si condividono i momenti liberi. Diverse pratiche si fanno con gli altri, dalla lotta al lavoro in piccoli gruppi, così la vicinanza nasce in fretta, perché si fa qualcosa insieme fin dal primo giorno.
Chi si sente sola sa già, in teoria, che dovrebbe uscire e conoscere gente. Il passo che fa la differenza è viverlo: passare dal sapere come stare bene al sentirsi finalmente bene, in mezzo ad altri.
Al Retreat Movement molte persone arrivano da sole. È una settimana di pratiche con Ale Demaria e il team Moveinside in luoghi scelti apposta (le edizioni passate: Sri Lanka, Marocco, Bali), con un gruppo a numero chiuso che vive insieme tutta la settimana.
Diverse pratiche passano dal contatto con gli altri. Nei Principi di lotta si impara a «comunicare con altri corpi in modo sano e intelligente»; la Danza come strumento di creazione e Ritmo e coordinazione mettono il gruppo a tempo, la stessa sincronia di cui parla la ricerca.
Chi c’è stato lo racconta così: «Non sono una che di solito condivide […] determinate cose, e invece […] non mi sono sentita per niente giudicata […] e mi sono sentita comunque accolta» (Norma, partecipante al retreat in Sri Lanka).
Ale Demaria e il team restano in loco per tutta la settimana, e nelle edizioni passate il retreat si è chiuso con una masterclass qualche giorno dopo il rientro. Se l’idea di partire da sola ti frena, la guida su come andare a un retreat da soli risponde ai dubbi più comuni.
Togliamo tutto ciò che ti blocca. Quello che resta sei tu, finalmente.
Ale Demaria · Fondatore Moveinside
Chi guida i retreat: Ale Demaria
Fondatore di Moveinside e Retreat Movement
La ricerca di Ale Demaria integra pratiche interiori, cultura di movimento e crescita personale. È il punto di riferimento in Italia per l’intelligenza del corpo e la connessione mente-corpo. Guida i retreat internazionali Moveinside insieme al suo team di coach.
Il Retreat Movement è una settimana di pratiche con Ale Demaria e il team Moveinside in luoghi scelti apposta: pratiche fisiche e interiori vissute in gruppo, alternate a tempo libero, con persone che spesso arrivano da sole proprio come te. Non esistono prerequisiti, non esistono livelli: basta la voglia di provare.
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