Come ritrovare se stessi dopo un momento difficile
RetreatMovement Il Retreat
Camera silenziosa del resort di Uluwatu con vetrata sul verde della giungla, uno spazio di silenzio per ritrovare se stessi
Guida Retreat Movement · Trasformazione

Come ritrovare se stessi dopo un momento difficile

Ritrovare se stessi dopo un momento difficile non succede pensandoci sopra: succede muovendosi. Ecco cosa vuol dire davvero perdersi, da dove ripartire e quando serve un aiuto professionale.

Cosa significa davvero perdersi?

Perdersi non vuol dire diventare una persona sbagliata: vuol dire scomparire dietro ruoli, abitudini e rumore quotidiano, fino a non riconoscere più cosa senti davvero. Succede gradualmente, non in un giorno solo: un impegno alla volta, finché la tua voce resta l’ultima ad essere ascoltata.

Chi arriva a chiedersi come ritrovare se stesso di solito non ha vissuto un unico evento improvviso. Ha accumulato anni di risposte automatiche a ruoli, lavoro e aspettative, che hanno lasciato sempre meno spazio a quello che voleva davvero.

Il rumore non è solo quello esterno. È anche il pensiero che gira in loop, la lista di cose da fare che non finisce mai, la sensazione di reagire alla vita invece di sceglierla.

Riconoscere questo stato è già un primo passo utile: non serve una diagnosi, serve ammettere che qualcosa dentro si è spento e merita attenzione.

Questo articolo si concentra sul processo interiore, non sul luogo o sulla direzione di vita. Se cerchi indicazioni sui posti giusti, la guida su dove andare per ritrovare se stessi parte da lì. Se il tuo tema è più la vocazione e il lavoro, leggi come trovare la propria strada. Se vuoi capire cosa rende davvero trasformativa un’esperienza, c’è la guida su esperienza trasformativa.

Come ritrovare se stessi: da dove si riparte?

Non si riparte pensando alla soluzione, ma cambiando quello che fai ogni giorno con il corpo, il silenzio, la natura e le relazioni vere. Sono quattro leve concrete, non un elenco di buoni propositi: agiscono insieme, non una alla volta.

  1. Il corpo

    Il corpo custodisce quello che la mente ha rimosso: tornare a muoverlo con attenzione, non per abitudine, è spesso ciò che sblocca il resto.

  2. Il silenzio

    Non l’assenza di rumore, ma uno spazio in cui smettere di rispondere a tutto e a tutti per qualche momento al giorno.

  3. La natura

    Passare tempo reale in ambienti naturali, non solo attraversarli di corsa, è legato a un benessere misurabile, non solo percepito.

  4. Le relazioni vere

    Le persone davanti a cui puoi essere incerto, senza dover essere sempre performante, sono spesso il contesto in cui ci si ritrova più che da soli.

Sul punto della natura esiste un dato solido: uno studio pubblicato su Scientific Reports nel 2019, su un campione di quasi 20.000 adulti rappresentativo della popolazione inglese, ha trovato che chi trascorre almeno 120 minuti a settimana in ambienti naturali riporta una probabilità significativamente più alta di riferire buona salute e alto benessere, rispetto a chi non ci passa tempo (White et al., 2019, Scientific Reports, PubMed). Non conta un’unica lunga escursione: contano i minuti totali nella settimana, comunque distribuiti.

Perché il corpo viene prima della mente in questo lavoro?

Perché pensare al problema da solo spesso lo rinforza: rimugini, analizzi, ma il corpo resta fermo nello stesso schema. Lavorare prima dal corpo, dal come ti senti più che dal cosa ne pensi, interrompe il loop mentale e libera energia per la scelta successiva.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità conferma che l’attività fisica regolare riduce i sintomi di ansia e depressione e contribuisce al benessere generale, oltre ai benefici fisici già noti (fonte: OMS, fact sheet attività fisica).

Al Retreat Movement questo principio ha un nome preciso: Riconnessione profonda al corpo, una delle pratiche interiori del programma. Lavora sul modo in cui il corpo fissa e raggiunge un obiettivo, fino a rallentare il pensiero compulsivo.

Non è una tecnica isolata: è affiancata da altre cinque pratiche interiori e da sette pratiche fisiche, in un programma che alterna le due dimensioni ogni giorno.

Fiducia e autostima sono un punto di partenza o un effetto?

Sono quasi sempre un effetto, non un prerequisito: aspettare di sentirsi sicuri prima di muoversi blocca tutto. La fiducia si costruisce facendo, non pensandoci: piccole azioni ripetute nel corpo, giorno dopo giorno, restituiscono la prova concreta che qualcosa è davvero cambiato, e da lì riparte anche l’autostima.

Una revisione sistematica del 2023 su adulti dai 18 agli 84 anni ha analizzato il legame tra pratica sportiva e salute mentale, trovando un’associazione consistente con una maggiore autostima e soddisfazione di vita tra chi pratica sport con regolarità (Eather et al., 2023, Systematic Reviews, PubMed).

Il dato conferma quello che l’esperienza diretta suggerisce da tempo: non aspetti di avere fiducia per iniziare a muoverti, la fiducia arriva mentre lo fai, come conseguenza e non come biglietto d’ingresso.

Quanto tempo serve per ritrovare se stessi?

Non esiste un tempo universale: dipende da quanto a lungo ti sei perso e da quanto spazio ti dai per lavorarci. Conta la continuità più della fretta, e un’esperienza concentrata lontano dalla routine è spesso ciò che fa partire davvero quella continuità, perché ti fa ripetere la pratica più volte al giorno.

Non ha senso indicare un numero preciso di settimane o mesi: dipende dalla persona, dal contesto, da quanto supporto ha intorno. Diffida di chi promette una scadenza uguale per tutti.

Quello che conta di più non è la durata assoluta, ma la costanza: tornare ogni giorno al corpo, anche per pochi minuti, è ciò che sposta davvero qualcosa. La domanda giusta, allora, non è quanto tempo ci vuole, ma da dove parte quella costanza.

Spesso parte da un’esperienza residenziale, come i sette giorni del Retreat Movement: toglie le distrazioni della routine e ti fa ripetere la pratica più volte al giorno, invece che una volta ogni tanto. Si torna a casa con qualcosa che il corpo ha già imparato, non con una lista di buoni propositi.

Quando serve un professionista, non solo un percorso personale?

Se il malessere non passa nel tempo, se dormi male da settimane, se hai perso interesse per cose che prima ti piacevano o hai pensieri cupi ricorrenti, il primo passo è un medico o uno psicologo, non un retreat o un percorso fai da te. Un’esperienza trasformativa può accompagnare una cura, mai sostituirla.

Un momento difficile e una sofferenza clinica non sono la stessa cosa, anche se a volte si assomigliano da fuori. Il criterio è la persistenza: giorni pesanti capitano a tutti, ma un malessere che dura da settimane senza tregua è un segnale diverso.

In quel caso la priorità non è trovare l’esperienza giusta, ma parlare con un medico di base o con uno psicologo. Qualsiasi percorso personale, incluso un retreat, va costruito sopra quella base, non al suo posto.

Togliamo tutto ciò che ti blocca. Quello che resta sei tu, finalmente.

Ale Demaria · Fondatore Moveinside
Cerchio del gruppo al tramonto durante un'edizione precedente del retreat in Marocco
Il lavoro interiore diventa condiviso: il cerchio del gruppo a un’edizione precedente.
Ale Demaria, fondatore di Moveinside e Retreat Movement

Chi guida i retreat: Ale Demaria

Fondatore di Moveinside e Retreat Movement

La ricerca di Ale Demaria integra pratiche interiori, cultura di movimento e crescita personale. È il punto di riferimento in Italia per l’intelligenza del corpo e la connessione mente-corpo. Guida i retreat internazionali Moveinside insieme al suo team di coach.

Vuoi ritrovarti, non solo leggerne?

Il Retreat Movement è pensato anche per questo: sette giorni lontano dal rumore quotidiano, con il corpo come punto di partenza. Con Ale Demaria e tutto il team Moveinside. I posti sono pochi e la selezione conta.

Scopri il Retreat Movement

Domande frequenti

Come si fa a ritrovare se stessi dopo un momento difficile?
Si riparte da quattro leve concrete, non da un pensiero in più sul problema: il corpo, il silenzio, il tempo passato in natura e le relazioni vere. Fiducia e autostima arrivano dopo, come effetto del muoversi di nuovo. Se il malessere è persistente, il primo passo è un medico o uno psicologo.
Cosa vuol dire davvero ritrovare se stessi?
Vuol dire tornare ad ascoltare quello che senti davvero, sotto ruoli, abitudini e rumore quotidiano che l’hanno coperto. Non è un’idea in più da avere: è un processo che parte dal corpo, non dai pensieri sul problema.
Come si ritrova la fiducia in se stessi?
La fiducia arriva quasi sempre dopo l’azione, non prima: si costruisce ripetendo piccoli gesti concreti con il corpo, non aspettando di sentirsi pronti per iniziare.
Come si ritrova l’amore per se stessi?
Passa dallo stesso lavoro sul corpo: quando torni ad ascoltarlo invece di giudicarlo, cambia anche il modo in cui ti tratti. Non è un pensiero positivo da ripetersi, è una pratica quotidiana che si vede negli effetti.
Quanto tempo serve per ritrovare se stessi dopo un momento difficile?
Non esiste un tempo uguale per tutti: conta più la costanza della durata. Un’esperienza concentrata come un retreat di una settimana è spesso ciò che fa partire quella costanza, perché toglie le distrazioni e ti fa ripetere la pratica ogni giorno.
Quando conviene rivolgersi a un professionista invece che a un percorso personale?
Quando il malessere è persistente: settimane di insonnia, perdita di interesse per le cose che piacevano prima, pensieri cupi ricorrenti. In quei casi il primo passo è un medico o uno psicologo, non un retreat o un percorso da soli.