Andare a un retreat da soli spaventa quasi tutti, ma è la scelta più comune, non l’eccezione. Ecco cosa aspettarti, come nascono i legami con il gruppo e perché arrivare senza conoscere nessuno è spesso il modo migliore per viverlo.
Sì, e al Retreat Movement è la norma: la maggior parte dei partecipanti arriva da sola. Non conoscere nessuno non è un problema, perché il gruppo non esiste prima del retreat. Si forma sul posto, praticando insieme, giorno dopo giorno.
La paura più comune, prima di partire, non riguarda le pratiche: riguarda gli altri. Ci si chiede come ci si sentirà in mezzo a persone sconosciute, se si riuscirà a comunicare, se ci si sentirà fuori posto. È una reazione normale a una situazione nuova, ed è quasi sempre più grande dell’esperienza reale.
La verità è che un retreat di movimento è costruito per abbassare quelle distanze. Non ci si presenta a parole intorno a un tavolo: ci si muove insieme, si condivide la fatica e il riposo, si pratica fianco a fianco. Questo crea una vicinanza che una vacanza o una cena tra sconosciuti non danno.
Perché la decisione di partire per un retreat è quasi sempre personale. Nasce da un momento preciso della propria vita, non da un piano di gruppo. Chi sente il bisogno di staccare e rimettersi in ascolto del proprio corpo raramente aspetta che un amico sia pronto a partire insieme.
Un retreat di movimento non è una vacanza da organizzare in comitiva. È una scelta che si fa per sé, spesso in un periodo di svolta: un cambiamento di lavoro, la voglia di rimettersi in contatto con il corpo, il bisogno di uscire dalla routine. Sono spinte individuali, e per questo la maggior parte delle persone si iscrive da sola.
Il risultato è che, arrivando, ci si ritrova in un gruppo di persone che condividono lo stesso momento e la stessa apertura. Nessuno conosce nessuno, quindi nessuno è escluso. Si parte tutti dallo stesso punto.
All’inizio è normale sentire un po’ di imbarazzo o vulnerabilità: è la reazione a una situazione nuova, e passa in fretta. Praticare insieme, senza giudizio, accorcia le distanze molto più velocemente di una vacanza. In pochi giorni ci si sente parte di un gruppo affiatato.
Il gruppo è una delle cose più profonde di ogni retreat. Non è un dettaglio logistico: è dove avviene metà del lavoro. Le pratiche fisiche e interiori, ripetute ogni giorno, tolgono le sovrastrutture con cui di solito ci proteggiamo davanti agli estranei. Quando cadono quelle, restano le persone.
Chi ha vissuto le edizioni precedenti, in Sri Lanka e in Marocco, lo racconta con parole quasi identiche: sembra di aver condiviso anni di vita in soli sette giorni. Il giudizio esiste tra le menti, non tra i corpi. Ed è proprio il corpo, in un retreat di movimento, a fare da lingua comune.
Entrambe le scelte vanno bene. Arrivare in compagnia dà sicurezza nei primi momenti, ma può chiudere in una bolla e ridurre l’apertura verso gli altri. Arrivare da soli spinge a conoscere tutti e spesso rende l’esperienza più intensa.
Non c’è una scelta giusta e una sbagliata: dipende da cosa cerchi. Se il pensiero di partire da solo è l’unico ostacolo che ti trattiene, questa tabella ti aiuta a vederlo per quello che è.
| Aspetto | Arrivare da soli | Arrivare in compagnia |
|---|---|---|
| Primo impatto | Un po’ di imbarazzo iniziale, che passa in fretta | Più sicurezza nei primissimi momenti |
| Apertura al gruppo | Massima: finisci per conoscere tutti | Rischio di restare nella vostra bolla |
| Intensità del percorso | Spesso più profonda, perché ti metti in gioco | Dipende da quanto vi lasciate andare |
| Legami nuovi | Molti | Meno, ma il vostro si rafforza |
Al Retreat Movement di Bali, in programma dal 3 al 10 ottobre 2026, il gruppo è piccolo, 30 partecipanti, proprio per garantire a ognuno attenzione e profondità. In un gruppo così, arrivare da soli non significa perdersi nella folla: significa essere visti.
La preparazione è più mentale che fisica: non servono prerequisiti, le pratiche hanno progressioni per ogni livello. Basta arrivare con abiti comodi, la disponibilità a provare e nessuna aspettativa di prestazione. Il resto lo costruisci sul posto, insieme agli altri.
La parte più utile della preparazione è lasciare a casa l’idea di dover essere all’altezza. In un retreat di movimento nessuno valuta nessuno, e le pratiche sono pensate per accogliere sia chi ha esperienza sia chi parte da zero. Ecco i passi concreti per arrivare pronto.
Guarda il metodo, chi lo guida e soprattutto cosa ti lascia dopo. Un retreat di movimento unisce pratica fisica e lavoro interiore, così il cambiamento non svanisce al ritorno.
Non devi dimostrare niente. Arrivare senza l’ansia di riuscire è ciò che permette al corpo, e al gruppo, di aprirsi davvero.
Abbigliamento comodo e poco altro. Il resort di Uluwatu si trova a circa 40 minuti dall’aeroporto internazionale di Bali, quindi anche il viaggio da solo è semplice.
Non aspettare di sentirti a tuo agio per partecipare. È il contrario: partecipando ti senti a tuo agio. Il gruppo si forma in fretta per chi ci si butta.
Andare a un retreat da soli, alla fine, è meno un salto nel vuoto e più un salto verso un gruppo che ancora non conosci. La settimana serve esattamente a quello: trasformare degli sconosciuti in persone che ti hanno visto per come sei.
Il modo in cui ti muovi ci dice chi sei. Cambiandolo, riscrivi la vita come la sogni.
Ale Demaria · Fondatore Moveinside
Chi guida i retreat: Ale Demaria
Fondatore di Moveinside e Retreat Movement
La ricerca di Ale Demaria integra pratiche interiori, cultura di movimento e crescita personale. È il punto di riferimento in Italia per l’intelligenza del corpo e la connessione mente-corpo. Guida i retreat internazionali insieme al suo team di coach, che alloggia in struttura per tutta la settimana.
Andare a un retreat da soli non significa restare soli: significa rimettere te al centro e lasciare che il gruppo si formi attorno alla pratica. Scopri come funziona un Retreat Movement, chi lo guida e dove si tiene la prossima edizione.
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