Uscire dalla zona di comfort vuol dire allargare, un passo alla volta, lo spazio in cui ti senti a tuo agio. Ecco cosa significa davvero, perché fa bene, come riconoscere la zona giusta in cui allenarti e come farlo partendo dal corpo, anche dopo i 50.
Uscire dalla zona di comfort significa fare qualcosa di nuovo che oggi non ti viene naturale: un gesto, un’attività, un modo di stare con gli altri. La zona di comfort è lo spazio delle abitudini, dove tutto è prevedibile e costa poca fatica. Uscirne vuol dire allargarlo, non abbandonarlo.
La zona di comfort non è un difetto: è il posto dove recuperi energie, dove sai già cosa aspettarti. Diventa stretta quando è l’unico posto in cui stai, e la vita, anno dopo anno, si riduce alle stesse strade, agli stessi gesti, alle stesse persone.
In psicologia c’è un nome per la spinta opposta: espansione di sé, cioè il desiderio di ampliare l’idea che hai di te facendo attività nuove, stimolanti e interessanti. Il suo contrario è la conservazione, il desiderio di restare come si è.
In uno studio su 611 persone, Hughes, Slotter e Lewandowski (2020) hanno misurato quanto ciascuno preferisce espandersi o conservarsi: la preferenza per l’espansione si associa a un benessere più alto e a una maggiore apertura all’esperienza.
Perché allora ci si resta? Perché ciò che conosci rassicura e costa poco, mentre il nuovo all’inizio mette a disagio. Quel disagio fa parte del percorso, non è il segnale che stai sbagliando strada.
Se più che ristretta la vita ti sembra ferma, la guida su come rimettersi in moto quando ci si sente bloccati nella vita parte proprio da lì.
Fa bene perché è il modo in cui si cresce: le cose nuove allargano ciò che sai fare e l’idea che hai di te. La ricerca suggerisce anche un cambio di sguardo utile: se leggi l’imbarazzo dei primi tentativi come un segnale di crescita, ti impegni di più e senti di arrivare più lontano.
Lo hanno messo alla prova Woolley e Fishbach (2022) in 5 esperimenti con 2.163 adulti. Invece di chiedere di sopportare il disagio, hanno chiesto di cercarlo come segno di crescita: chi lo faceva si impegnava di più e sentiva di aver raggiunto di più il proprio obiettivo, rispetto a chi riceveva istruzioni standard.
Uno degli ambiti studiati era un’uscita dalla zona di comfort da manuale: seguire lezioni di improvvisazione teatrale per avere più fiducia in sé. L’effetto si vede proprio nelle cose che mettono a disagio subito, cioè quelle davanti a cui di solito ci si tira indietro.
C’è poi un beneficio che si sente nel corpo. In uno studio su adulti giovani, Sylvester e colleghi (2016) hanno seguito 121 studenti universitari inattivi per 6 settimane di esercizi di forza: chi aveva un programma più vario si sentiva più vitale e provava più emozioni positive durante l’esercizio.
Conviene stare nella zona di crescita, quella di mezzo: abbastanza fuori dalle abitudini da sentirti un po’ attivata, non così lontano da andare in panico. È lì che si impara meglio. Nella zona di comfort si impara poco perché manca la sfida, in quella di panico perché l’agitazione blocca.
L’immagine delle tre zone poggia su un principio classico, la legge di Yerkes-Dodson: si rende meglio con un’attivazione moderata, peggio quando si è troppo scarichi o troppo agitati. Disegnata su un grafico, ha la forma di una U rovesciata.
Beerendonk e colleghi (2024), su PNAS, hanno portato nuove prove di questa U rovesciata misurando l’attivazione attraverso la pupilla, in compiti di decisione visivi e uditivi. Per chi vuole uscire dalla zona di comfort è un’immagine precisa: un po’ di batticuore aiuta, troppo blocca.
| Zona | Cosa senti | Cosa succede | Cosa fare |
|---|---|---|---|
| Comfort | Tranquillità, ma anche noia e giornate tutte uguali | Conservi ciò che sai fare, impari poco | Scegli una cosa piccola e nuova |
| Crescita | Curiosità, un po’ di imbarazzo, il cuore che accelera appena | Attivazione moderata: impari e rendi meglio | Resta, ripeti, aggiungi varietà |
| Panico | Blocco, agitazione forte, voglia di scappare | L’attivazione è troppa: si impara poco | Torna di un gradino e riparti da lì |
Perché il nuovo, all’inizio, porta con sé un po’ di disagio: il corpo si attiva, la mente immagina come potrebbe andare storto. È una reazione normale, non un segnale di pericolo, e si abbassa ogni volta che ripeti l’esperienza.
Se invece la paura è così forte da non farti nemmeno cominciare, vale la pena guardarla da vicino: la guida sulla paura del cambiamento spiega perché ci blocca e come si supera.
Si esce dalla zona di comfort un passo alla volta: scegli una cosa piccola e nuova, meglio se passa dal corpo, e ripetila finché diventa normale. Leggi l’imbarazzo come un segnale di crescita, aggiungi varietà e fallo insieme ad altre persone. Non serve stravolgere la vita: serve allargarla un po’ ogni settimana.
Chi cerca cosa fare per uscire dalla zona di comfort spesso immagina un gesto clamoroso, come cambiare città o lavoro. Funziona molto meglio una serie di passi piccoli e ripetuti, che tengono l’attivazione nella zona di crescita.
Non un salto nel vuoto: un gradino. Una lezione di prova, una strada mai fatta, una conversazione che rimandi da tempo. Piccola abbastanza da cominciare questa settimana.
Un gesto nuovo si prova subito e si sente subito: rotolare a terra, salire in verticale al muro, ballare senza passi da imparare. Il corpo ti porta fuori dalle abitudini prima che la mente trovi una scusa.
Sentirti goffa nei primi tentativi vuol dire che stai imparando. È il cambio di sguardo che, negli esperimenti di Woolley e Fishbach, aumentava l’impegno.
La prima volta è la più scomoda. Dopo qualche ripetizione la cosa nuova comincia a far parte di te, e la zona di comfort si è allargata senza strappi.
Cambia ogni tanto attività, ritmo, luogo. Nello studio di Sylvester un programma più vario si è accompagnato a più vitalità e più emozioni positive legate all’esercizio.
Un gruppo che prova insieme a te rende il passo più leggero: l’imbarazzo si condivide, e anche il coraggio.
Sì. Imparare un movimento nuovo da zero è possibile anche dopo i 50 anni, e il cervello cambia mentre impari. In uno studio, 44 adulti fra i 50 e i 67 anni hanno imparato la giocoleria a tre palline in tre mesi, con cambiamenti nella materia grigia legati all’apprendimento.
Lo studio è di Boyke e colleghi (2008), sul Journal of Neuroscience: il gruppo che si è allenato contava 44 persone fra i 50 e i 67 anni, con un’età media di 59,1 anni. Nessuno sapeva fare giocoleria all’inizio e, mentre imparavano un gesto nuovo, è cambiato anche il cervello.
Il messaggio per chi pensa «ormai è tardi» è semplice: non c’è un’età per cominciare a provare. La verticale è un buon esempio di cosa nuova nel corpo, e la guida su come fare la verticale mostra la progressione dal muro, partendo da zero.
| Tema | Cosa emerge | Fonte |
|---|---|---|
| Disagio e crescita | In 5 esperimenti con 2.163 adulti, cercare il disagio come segnale di crescita ha aumentato l’impegno e il senso di aver raggiunto l’obiettivo | Woolley e Fishbach, 2022, Psychological Science |
| Imparare dopo i 50 | 44 adulti di 50-67 anni (età media 59,1) hanno imparato la giocoleria in 3 mesi, con cambiamenti nella materia grigia | Boyke et al., 2008, Journal of Neuroscience |
| Varietà nel movimento | 121 studenti universitari inattivi, 6 settimane: più varietà percepita, più vitalità ed emozioni positive legate all’esercizio | Sylvester et al., 2016, Applied Psychology: Health and Well-Being |
| Attivazione e prestazione | Si rende meglio con un’attivazione moderata, secondo la curva a U rovesciata | Beerendonk et al., 2024, PNAS |
Dati verificati a ottobre 2026. Fonti: abstract su PubMed degli studi citati e testo integrale di Boyke e colleghi (2008) su PubMed Central.
Perché nel corpo la novità è immediata: un gesto mai fatto si prova in un attimo e si sente subito, prima che la mente trovi una scusa per evitarlo. Quando scopri di poter fare qualcosa che credevi non fosse per te, cambia anche l’idea che hai di te. È l’espansione di sé, vissuta e non pensata.
Chi cerca come uscire dalla zona di comfort spesso ha già letto molto sul tema. Il passo che manca è viverlo: passare dal sapere come stare bene al sentirsi finalmente bene, con il corpo.
Il Retreat Movement è una settimana di pratica immersiva con Ale Demaria e il team in loco, in luoghi scelti apposta (le edizioni passate: Sri Lanka, Marocco, Bali). Le pratiche sono un allenamento a provare, e non esistono prerequisiti, non esistono livelli.
Nelle verticali, nella locomotion e nell’acrobatica «ti capovolgi, ti sposti in modi nuovi, provi cose che pensavi non fossero per te. Si parte da dove sei». Nella Danza come strumento di creazione si balla anche se non hai mai danzato prima, mentre corsa, salti e sprint seguono una progressione graduale.
Conta anche il luogo: immergerti in un contesto completamente nuovo ti permette di scendere a una profondità che oggi non immagini. Il gruppo e il team in loco, che ti segue per l’intera settimana, sono la rete che rende ogni passo sicuro.
Chi c’è stato lo racconta così: «Tra tutte le pratiche proposte, quella che mi è piaciuta di più […] è stata la corsa e i salti, perché non avrei pensato di poterli affrontare e invece, lasciando libero il corpo di fare il corpo, […] è successa una magia» (un partecipante al retreat in Sri Lanka).
Se senti che la vita si è ristretta e vuoi allargarla partendo dal corpo, scopri il prossimo Retreat Movement: si parte da dove sei, insieme ad altri.
La tecnica magica non esiste, ti serve integrare ciò che funziona.
Ale Demaria · Fondatore Moveinside
Chi guida i retreat: Ale Demaria
Fondatore di Moveinside e Retreat Movement
La ricerca di Ale Demaria integra pratiche interiori, cultura di movimento e crescita personale. È il punto di riferimento in Italia per l’intelligenza del corpo e la connessione mente-corpo. Guida i retreat internazionali Moveinside insieme al suo team di coach.
Il Retreat Movement è una settimana di pratica immersiva con Ale Demaria e il team in loco: pratiche fisiche e interiori nuove, vissute in gruppo e alternate a tempo libero, per provare cose che pensavi non fossero per te. Non esistono prerequisiti, non esistono livelli: basta la voglia di provare.
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